Risposta al Corriere della Sera: occhiali per daltonici?

Pubblichiamo una nota inviata al Corriere della Sera relativamente ad un articolo che pubblicizza come soluzione al daltonismo gli occhiali con filtri colorati. Al momento abbiamo ricevuto risposta dalla giornalista Elena Meli, che ci assicura attenzione al nostro argomento. Purtroppo si tratta della solita rubrica sulla medicina, che nulla avrebbe a che fare con il daltonismo nei termini a noi cari, ossia l’accesso alle professioni e l’accessibilità percettiva.

Qui l’articolo originale: https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/18_giugno_29/ora-ci-sono-occhiali-anche-daltonici-f97c76ea-7b9a-11e8-ab49-1b15619f3f8e.shtml

===============

Gent.ma Dott.ssa Meli,

mi complimento per l’articolo sul daltonismo da lei firmato e pubblicato sul Corriere del 3 luglio, un’occasione in più per parlare del disturbo della visione dei colori e dei daltonici, a vantaggio dei quali abbiamo fondato l’Associazione italiana “Come vedono i daltonici”.

I daltonici sono circa 400 milioni nel mondo, quasi 4 milioni solo in Italia, quasi tutti maschi, che vivono benissimo con la limitata ruota dei colori che la natura a voluto loro fornire, quasi a ribadire l’importanza dell’esistenza delle differenze in biologia, argomento che nella società moderna viene sempre sacrificato alle necessità dello standard tecnico che ci vorrebbe tutti uguali. Ci consenta quindi di aggiungere alle informazioni tecnicamente corrette descritte nel suo testo, una parte a nostro avviso sempre mancante quando si parla di daltonismo, vorremmo parlare di etica e di lavoro.

Il concetto di disabilità parte dalla constatazione dell’impossibilità di svolgere mansioni e attività fisiche o intellettive tipiche della maggior parte delle altre persone. Siamo tutti un po’ disabili rispetto ad un uccello perché non riusciamo a volare sbattendo le braccia, al tempo stesso un disabile motorio oggi in carrozzella sulla terra, se mandato sulla stazione spaziale internazionale in apparente stato di assenza di gravità, non potrebbe essere più considerato disabile in quanto svolgerebbe senza problemi le stesse azioni e mansioni di un altro astronauta. Sono quindi gli ostacoli che creano la disabilità. Quegli ostacoli che oggi è fatto d’obbligo abbattere in architettura, quelli per i ciechi e i sordi con percorsi loges e zone ad induzione nelle sale conferenze. Si parla anche di “Silver economy” in relazione alle positive ricadute economiche di un mondo riprogettato a misura di anziani, ma nulla per i daltonici.

Citando Wittenstein, “… È significativo come quello che è visto come un difetto possa divenire una capacità particolare (l’esempio delle abilità dei daltonici). Questo determina, ad esempio, una visione sociale completamente differente da quella che comunemente abbiamo nei confronti dell’handicap. Il disabile è solo una persona con doti diverse che può fare dei giochi linguistici differenti dai nostri. Se noi non li comprendiamo ciò dipende dalla nostra mancanza di alcuni requisiti.”

Quello che normalmente avviene intorno al daltonismo è far trovare ai daltonici un mondo progettato a misura d’altri, creando ostacoli percettivi cromatici che si sviluppano poi in una costante e diffusa difficoltà di inserimento lavorativo, in contrasto con la Costituzione italiana e con la Carta dei diritti dell’uomo. Solitamente, quando si scrive e si pensa di daltonismo ci si riferisce all’ambito medico. Infatti anche nel suo articolo l’intervista è stata indirizzata al Prof. Troiano, che come medico non potrà fare altro che prendere atto dell’incompatibilità tra una mansione lavorativa e il daltonismo, senza avere alcun interesse invece alla proposta migliorativa per abbattere la barriera cromatica, compito più da esperti di percezione cognitiva.

Di solito, uscendo da una visita medica dopo un diniego professionale, ci si sente dire “vabbé, potrà fare qualcos’altro”, e si rimane sbigottiti che ad esempio l’argomento potesse essere “pilota di droni aerei”, con volo diurno a vista, quindi senza nessun tipo di luce prevista, e solo perché la legge non tiene conto dell’esistenza dei daltonici e richiede la visione cromatica normale come per pilotare un aereo di notte.

Ci si trova spesso di fronte a follie meramente burocratiche: dal 1991, grazie alla Unione Europea e alle commissioni mediche di specialisti di tutti i paesi europei, il daltonismo non è più considerato un ostacolo alla guida di veicoli stradali, solo che la norma per questo contenuto è stata recepita di fatto dall’Italia solo nel 2012 (quindi con 21 anni di ritardo), e ancora oggi nel codice della strada si cita il colore come elemento discriminante, Di più, mentre oggi un daltonico potrebbe finalmente guidare un TIR senza problemi, la carriera come autoferrotranviere gli viene bloccata da un vecchio decreto non aggiornato. Anche in questo caso il medico potrà solo prendere atto della norma, nonostante comprenda benissimo l’illogicità della cosa, e segnalerà il lavoratore come non idoneo alla mansione, a termini di legge.

Potremmo citare una lunga serie di lavori negati, che delineano una vera e propria vessazione nei confronti di un così grande numero di persone. Esiste su questo argomento un immobilismo ormai colpevole delle istituzioni, anche dopo alcuni tentativi di disegno di legge, quattro proposti di nostra iniziativa attraverso diversi senatori nelle ultime due legislature, addirittura alcuni degli anni 70 del novecento.

Crediamo che sia necessario per la società uscire da questo empasse che sta disturbando la vita di milioni di persone e si prenda atto che il modo con il quale si continua a progettare il mondo debba da oggi tenere conto anche dei daltonici, con la presa di coscienza che con un po’ più di attenzione si potrebbero evitare gli ostacoli cromatici. Facendo diventare i daltonici come quel disabile motorio sulla stazione spaziale, finalmente liberi di muoversi nel mondo senza ostacoli e limitazioni lavorative dove questo, naturalmente, sia possibile. E non offrendo loro delle soluzioni tecnologiche come gli occhiali, inadatti a molte classi di daltonici e comunque al momento non riconosciuti dalla legge, o l’operazione agli occhi come in studio già a livello clinico negli Stati Uniti.

Questa proposta, da noi condivisa e della quale ci facciamo portavoce da dieci anni, comincia ad approdare nei contesti scolastici attraverso il MIUR, addirittura anche la FIFA ha emesso delle raccomandazioni per i colori delle maglie dei giocatori di calcio, ma fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro, degli standard e anche tra i media.

Ci auguriamo che questa ultima legislatura possa trovare nelle due Camere una maggiore attenzione all’argomento, insisteremo e proporremo soluzioni per il miglioramento dell’inserimento sociale e lavorativo dei daltonici italiani, confidando anche in uno spazio comunicativo sulla vostra testata.

Ringrazio per la possibilità di replica e chiudo con il nostro motto, dalle Bucoliche di Virgilio: nimium ne crede colori, non credere troppo ai colori.

Stefano De Pietro, daltonico deuteranope
Presidente, Associazione italiana Come vedono i daltonici
comevedonoidaltonici.com

Share